domenica 21 settembre 2014

Renato incontra Miriam: uno degli snodi fondamentali di Gente che aspetta

Voglio pubblicare qui qualche stralcio del mio romanzo.
Quella che segue è una parte del secondo capitolo.
Renato incontra Miriam:


"Una foglia si staccò dal ramo, ondeggiò per qualche istante assecondando la traiettoria disegnata dal vento, sfiorò il dorso della mano di Renato, e scivolò poi verso il tronco dell'albero, esitando: infine si posò, lenta, sull'asfalto, occupando l’ultimo angolo rimasto vuoto, incastrandosi alla perfezione nel mosaico. Renato pensò che l’autunno non era mai stato tanto freddo come quell'anno, e che se avesse smesso di correre si sarebbe congelato. Il tappeto di foglie su cui procedeva alla velocità di dieci chilometri orari gli permetteva di accarezzare la terra senza ferirsi, malgrado i suoi passi fossero decisi e taglienti. Non osava distogliere lo sguardo dalla strada ricoperta di foglie: lo riconciliava con i suoi pensieri, gli pareva di fondersi con il complesso di odori, visioni e rumori che lo accompagnavano. Il suo respiro aveva ritmo sostenuto, modulava la velocità assecondando il percorso: sentiva il suo cuore battere con regolarità, le gambe reagire alle sollecitazioni del terreno con decisione, le braccia piegate, parallele al corpo, sostenere la spinta in avanti che lo indirizzava verso la meta. La sua mente, libera dai pensieri, accoglieva il silenzio di tanto in tanto infranto dallo scricchiolio di qualche ramo. Come un'onda il tappeto di foglie si muoveva al suo passaggio.
Con movimenti lenti. Quando correva Renato ritrovava forze che pensava di non possedere: ogni sensazione spiacevole lo abbandonava, e c'era posto solo per quello che contava. Quel giorno, mentre correva, avvertì il rumore dei passi di Miriam. Si avvicinava a lui: i suoi tacchi segnavano con precisione la distanza che li separava, e la annullavano con ritmo progressivo. Fece fatica a respirare, l’ansia sembrò prendere il sopravvento. D'improvviso il suono che accompagnava il suo incedere sulla superficie cessò: i suoi passi furono brevi e decisi, avanzò nervosamente modificando la traiettoria, rallentò la velocità. Miriam sfiorò il suo braccio destro: “mi scusi, avrei bisogno di un’informazione, e non so a chi chiedere”. Renato fece finta di non aver sentito. Non sapeva bene perché, ma l'istinto gli suggerì quella reazione. Continuò il suo percorso a testa bassa, non voltò mai il capo per scongiurare la possibilità di incrociare il volto della ragazza, a tratti cominciò a rallentare il ritmo. “Mi scusi, le ho chiesto di fermarsi”. Lei lo incalzò. Renato esitò ancora: stavolta modificò lentamente la traiettoria, guardò l'orologio per cercare di giustificare la sua disattenzione, mantenne lo sguardo fisso davanti a sé, senza esitare nemmeno per un istante. Fu deciso nel proseguire senza fermarsi. “La prego, mi ascolti”. Lei continuava. Renato venne meno a ciò che si era ripromesso. Si fermò. Si girò lentamente verso di lei per guardarla negli occhi. Ne avvertì il profumo. Notò i capelli castani raccolti in una treccia e il colorito pallido, occhi miopi che la scrutavano: “Mi dica, per piacere, dove posso andare”. Renato la guardò, era confuso. Non aveva capito il senso
della sua domanda ma continuava a osservarla: rinchiusa nel suo cappotto verde scuro aveva combattuto contro la sua timidezza prima di raggiungerlo, prima di decidere di rivolgergli quella domanda. “Mi dica, per piacere, dove devo andare”. Renato, ritrovando una serenità che per qualche attimo
aveva perso senza motivo, le disse: “Cosa posso fare per lei?”.
Per un attimo Miriam gli rivolse uno sguardo perplesso. Era un'espressione ingiustificata, Renato non capiva perché avrebbe dovuto intuire il senso della domanda che quella ragazza continuava a rivolgergli. Miriam dischiuse per un attimo le labbra, e lui attese, silenzioso, una spiegazione. La ragazza cominciò a fissare incuriosita le sue mani, Renato, preso dalla timidezza, le nascose nelle tasche dei pantaloni, la fissò negli occhi, era incredulo. Non capiva cosa volesse, aveva difficoltà a comunicare con lei.
“Io non so nulla, so solo che ho camminato troppo a lungo senza riuscire a trovare la stazione. Vivo in provincia, non conosco bene questa zona, è mattina presto e non c’è nessuno in strada, e non mi orienterò mai”. Miriam era visibilmente nervosa. “Si calmi. Mi dica cosa cerca, qual è il posto in cui deve andare”. Negli occhi della ragazza, una calma improvvisa. Un'emozione appena accennata che Renato colse con chiarezza. “Cerco la stazione, devo tornare a casa”. “Ne conosco una, è a circa un chilometro”, le disse Renato, tentando di rassicurarla. “Dove precisamente?” gli chiese lei, spaventata. “Deve proseguire lungo questa strada, e appena raggiungerà il palazzo all'angolo, deve girare a sinistra”. Lei, ancora preoccupata: “Ne è sicuro? devo continuare prima dritto e poi svoltare. A destra”. “No, ho detto a sinistra”, la incalzò Renato. “Sì, certo, a sinistra”, sussurrò Miriam, in preda allo sconforto. “Non si offenda, mi sembra confusa”. “Sono sempre confusa, al mattino” gli confessò, rassegnata. “Non si preoccupi, è normale”, le disse lui sorridendo. Miriam lo guardò, stupita. Renato indagò la sua espressione
per qualche attimo, e subito dopo si accorse che le sue mani
erano strette in un pugno. La tensione era tornata a essere
evidente in ogni gesto del suo corpo: sembrava volerlo
trattenere ma non aveva il coraggio di pronunciare parola.
Stette ferma a guardarlo. Lui le sorrise. Miriam tirò fuori dalla tasca del suo cappotto un pacchetto di caramelle alla frutta: “ne prenda qualcuna, la farà sentire meglio”. Renato ne prese due. Il suo telefono cellulare squillò: “mi scusi, devo rispondere”. Era la voce di Irene, lo chiamava per dirgli che quella sera non si sarebbero potuti vedere come avevano stabilito il giorno precedente perché lei era impegnata per un convegno. Avrebbero dovuto parlare un po' per chiarire alcune questioni. Durante la conversazione lo sguardo della ragazza cambiò: lo scrutava con attenzione. A conversazione terminata, Renato si sentì sollevato per la scelta di Irene di non vedersi: non ne aveva alcuna voglia ma non era riuscito a dirglielo. Renato guardò la sconosciuta e le sorrise. Le chiese poi di seguirlo al bar lì vicino, avrebbero potuto prendere un caffè: lei acconsentì senza esitare.
Restarono seduti in silenzio per diversi minuti, uno di fronte all'altra: la ragazza continuava a fissargli le mani. Questa volta la lasciò fare: le sue dita erano ferme sul tavolo, lisce e pallide. Non osava muoverle.
Gli chiese, con aria familiare, “E' da molto tempo che corri?”. Renato le spiegò che correva tre volte a settimana da qualche anno, che gli piaceva, lo aiutava a sentirsi meglio. La conversazione si arrestò d'improvviso: la ragazza aveva poche curiosità. Gli disse di chiamarsi Miriam, lui pensò fosse un bel nome. Renato non guardò oltre la sua treccia per molti minuti: gli piacevano quei capelli castani ondulati, raccolti in maniera disordinata sulla sua spalla, in quel modo. Miriam cominciò a sfogliare con aria disinvolta le pagine del quotidiano, sceglieva le notizie che le interessavano, e leggeva per pochi istanti il contenuto degli articoli, con una noncuranza molto simile al disinteresse che lo faceva sorridere. Voltava pagina continuamente, sembrava che nulla di quello che era scritto le interessasse davvero. Ordinò un succo d'arancia e bevve. Renato la osservava e non osava pronunciare parola: sentiva che ogni gesto sarebbe stato inopportuno. Miriam, allora, prese il suo cellulare e gli chiese il numero: “Potremmo sentirci, se ti va”. Le disse di sì, le diede il suo numero. Senza fare domande, Miriam si alzò dalla sedia e lo salutò. Renato pensò che mai gli era capitato un incontro simile. Pensò che avrebbe potuto rivederla o non rivederla mai più, sarebbe stato lo stesso: gli era bastato conoscerla, anche se solo per pochi istanti, anche se solo per quello che di lei aveva appena percepito".


A breve pubblicherò altri stralci.....

Questa è una bellissima foto scattata da mio marito...


Nessun commento:

Posta un commento